L'agricoltore italiano perde un giorno su quattro per assolvere le pratiche e gli adempimenti burocratici. Il peso della burocrazia ogni anno costa oltre 26 miliardi alle piccole e medie imprese, prima di tutto quelle agricole. Non a caso, i produttori italiani indicano tra le maggiori difficoltà proprio l'eccessivo appesantimento degli obblighi normativi e la pressione della fiscalità. A cui si aggiunge un problema strutturale legato all'organizzazione commerciale del prodotto e a una distribuzione del valore non equa all'interno delle filiere. Da questa premessa prende forma il progetto della Cia-Agricoltori Italiani che ieri, dalla sua Assemblea nazionale a Roma all'Auditorium Conciliazione, lancia i "Network dei Valori".
Il settore primario si muove ancora a meno del 50% del suo potenziale ma, con poche misure ben mirate, è nelle condizioni di raddoppiare il proprio valore complessivo e garantire almeno 100 mila nuovi posti di lavoro.
Per l’agricoltura dunque “è tempo di cambiare”, come recita lo slogan scelto per l’Assemblea 2016: un’evoluzione che deve partire dal superamento di gravi vizi strutturali del settore. A partire dal turn-over nei campi che è fermo a 5 titolari d’azienda “under 40” ogni 100 “over 65”. Del resto, non è facile aprire un’azienda agricola se proprio il bene terra costa in media tra i 18 e i 20 mila euro per ettaro, contro i 5.500 euro della Francia e i 6.500 euro della Germania. Ma qualche buona novità, per rendere più conveniente entrare nel settore, è contenuta nella Legge di Stabilità, dove sono previsti tre anni di detassazione totale per i giovani che operano nel primario.
E' dai macro numeri che, per la Cia, si scopre il potenziale inespresso di agricoltura e agroalimentare italiano: 165 miliardi il valore complessivo della produzione e 38 miliardi il traguardo dell’export a fine 2016. Buone performance, ma ancora lontane da quelle fatte registrare dagli altri competitor europei. Colpa anche dell’assenza di una strategia organica per aggredire i mercati stranieri. Basta pensare che a fronte di una produzione nazionale che vanta oltre 5.847 prodotti tra cibi tradizionali e denominazioni di origine, l’Italia porta sulle tavole dei consumatori internazionali non più di 200 “veri” prodotti del Made in Italy. Per la stragrande maggioranza degli stranieri “un must”, ma la cifra mossa dal nostro export è ancora bassa rispetto a un potenziale pari almeno a 70 miliardi di euro. Ci sono margini di crescita enormi quindi, e in pochissimi anni. Per fare questo però servono professionalità, nuove figure che entrano in piena interazione con il mondo produttivo, giovani che hanno una formazione tesa all’innovazione, non solo quella agronomica ma esperti nel marketing, nella creatività e nella padronanza dei strumenti digitali e tecnologici.
Insomma, dall’Assemblea nazionale della Cia è emersa la volontà di riformare il modello attuale su cui viaggia il settore, imprimendo una forte accelerazione: snellendo le tempistiche di approvazione di norme e misure, facilitando l’accesso al credito, creando strumenti assicurativi per un’attività esposta a continui rischi commerciali e climatici, stipulando contratti che meglio distribuiscano il valore lungo la filiera. Perché non è più tollerabile che su ogni euro di utile nel settore, dentro le tasche dell’imprenditore agricolo vadano meno di 10 centesimi.
Senza contare le tante “verità nascoste” dell’agricoltura italiana, o meglio i falsi luoghi comuni che ne condizionano fortemente l’immagine, togliendole in alcuni casi molto del suo appeal. Come il tema del caporalato, fenomeno reale e odioso, ma circoscritto a pochi casi a fronte di oltre un milione di imprenditori che operano nella trasparenza, nel totale rispetto delle regole e per la qualità. Tra l’altro, se c’è una realtà vocata all’inclusione e all’integrazione è proprio quella dell’agricoltura italiana dove i lavoratori stranieri rappresentano il 25% circa degli occupati agricoli e aiutano a mantenere vive molte delle nostre produzioni tipiche e tradizionali.
Fonte: Cia e Agricolae
