La Cina ha fame di olio italiano, ma di qualità. I cinesi infatti, anche a seguito di alcune vicende che hanno suscitato molto clamore (come la vendita da parte di operatori cinesi di olio di sansa come extravergine), chiedono più tutela per l'origine e l'etichettatura trasparente: quindi tracciabilità del prodotto. Anche per questo un recente accordo tra il ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali e l'Aqsis (Amministrazione generale per la supervisione della qualità l'ispezione e la quarantena) della Repubblica Popolare Cinese ha reso più efficaci i controlli di qualità sull'olio d'oliva.
Nella classifica dei paesi fornitori della Cina, secondo i dati Unaprol (il Consorzio Olivicolo Italiano, cui aderiscono circa 550mila produttori olivicoli), l'Italia occupa il secondo posto, subito dopo la Spagna, con una quota di mercato che nel 2013 ha raggiunto un livello del 21%. Insomma, il made in Italy è sempre più sinonimo di qualità e non perde la sua forza di attrazione.
"I cinesi - dice Pietro Sandali, direttore generale di Unaprol - hanno capito una cosa che invece ancora l'Unione europea non ha capito, e chiedono più garanzie sull'olio e soprattutto ne chiedono l'origine. Da anni conduciamo in Ue una battaglia sulla tracciabilità, ma siamo ancora alle discussioni senza concludere nulla". "In Italia le regole sono rigide e l'olio italiano è sicuro - aggiunge Sandali - ma è l'Europa che si deve adeguare".
